no such

– ADULT MUSIC – Sicilian Sunshine: a review of Straight Jazz Quartet’s “no such”

RECENSIONI

"The Straight Jazz Quartet serves up some Sicilian jazz on “no such” with a program of all original compositions by the members. The ingredients are familiar: post bop, modal, and more modern ideas including synthesizer, but the results come out sounding new and fresh with tunes having interesting structures, meters, and evolving sections. Marco Caruso has an edgy toned and aggressive alto sax style that commands attention, and his soprano sax has a pleasing tone, too, with exciting solos. Gaetano Spartà has a versatile piano approach from soft and sensitive to more adventurous chord voicings and percussive playing. Alberto Amato has cool grooves and ostinatos, and his bass solos have great tone and interesting ideas, Marcello Arrabito drives everything on the drums from soft brushing, to straight and swinging grooves, and he has a few spots to power up on solo sections. Very fine playing and an interesting program."

Adult Music, a Japan-based weekly podcast about recent classical and jazz releases

 

"Esistono due declinazioni di straight jazz. La prima è quella coniata attorno a un secolo fa che definiva così «quelle interpretazioni senza fantasia né improvvisazioni eseguite dalle orchestre da ballo “tutta eleganza e belle maniere”» di allora, in contrapposizione all’hot jazz di chi ci metteva ardore ed espressività, Louis Armstrong su tutti. L’altra è quella (all’inizio era straight-ahead, poi abbreviata) degli scorsi anni 60, che si riferiva a un tipo di jazz che rifiutava le contaminazioni con il rock e con il free che iniziavano a prendere piede, preferendo invece riferirsi alla grande storia del jazz, dallo swing al bop.

Ovviamente fa riferimento a questa seconda poetica lo Straight Jazz Quartet di Marco Caruso, sassofonista dall’ampio ventaglio di sfumature, Gaetano Spartà, pianista e tastierista eclettico di formazione classica, Alberto Amato, contrabbassista, e Marcello Arrabito, batterista, ritmi di grande precisione e vitalità. Tutti musicisti di grande esperienza, sanno coniugare un jazz che fonde tradizione e modernità, tanto “ortodosso” quanto piacevole, post-bop, modale e idee più attuali si combinano in un modern mainstream che non si accontenta della forma, ma la utilizza come fonte di preziose tensioni dinamiche, timbriche, armoniche.

No Such è il disco d’esordio di una formazione che sembra porsi la domanda delle domande: cosa resta oggi del quartetto jazz acustico quando si decide di non concedergli alcuna nostalgia e neppure la tentazione di un’avanguardia forzata? E che soprattutto sa rispondere con una lucidità rara, perché il suo jazz (che non a caso apre la serie degli otto brani originali con la dedica a McCoy Tyner di Tyner Blues) non è mai esibizionismo né compiacimento, bensì procede con una calma determinata, tra lirismo controllato e improvvise accensioni, tra solismi quasi tattili e interplay serrato, verso una dichiarazione di poetica, un modo di stare nella contemporaneità senza proclami, ma rivelando una profondità che non si concede subito, però, appena percepita, rimane impressa."

Raffaello Carabini, Spettakolo.it

 

Ciò che permane, al termine dell’ascolto, riguarda la qualità della relazione instaurata tra i quattro musicisti, la loro capacità di distribuire il materiale sonoro secondo un equilibrio mobile, mai definitivo, nel quale libertà improvvisativa e rigore formale convivono senza attrito apparente.

«No Such». Pubblicato da AlfaMusic nasce da un equivoco linguistico che custodisce già, nella propria matrice fonetica, una precisa dichiarazione poetica. Il «No sàcciu!» pronunciato da Alberto Amato durante una pausa di registrazione, con quell’ironia asciutta tipicamente siciliana che preferisce la deviazione laterale all’enfasi programmatica, produce infatti una frattura fertile tra idiomi, intenzioni e significati. Da un lato il dialetto orientale, con la sua corporeità sonora e la sua immediatezza popolare, dall’altro la coincidenza involontaria con l’inglese «No Such», formula che allude all’assenza di una definizione univoca, quasi a suggerire una musica refrattaria alle classificazioni troppo ordinate. Non si tratta di un semplice gioco verbale, ma di una chiave interpretativa che illumina l’intero impianto espressivo del quartetto.

Straight Jazz Quartet riunisce quattro musicisti provenienti da differenti aree della Sicilia orientale, accomunati da una formazione solida e da una sensibilità compositiva che evita accuratamente qualsiasi forma di ortodossia museale. Marco Caruso ai sassofoni alto e soprano, Gaetano Spartà al pianoforte e ai synth, Alberto Amato al contrabbasso e Marcello Arrabito alla batteria costruiscono una sintassi musicale nella quale la tradizione jazzistica non agisce come recinto estetico, quanto piuttosto come archivio dinamico di possibilità. Il riferimento implicito alla classicità del quartetto acustico permane, certo, e tuttavia l’organizzazione del materiale sonoro devia continuamente verso aperture armoniche, inserti modali, frammentazioni ritmiche ed espansioni coloristiche che sottraggono il repertorio a qualsiasi prevedibilità idiomatica. La vittoria al Teano Jazz Contest del 2025 rappresenta soltanto la superficie visibile di un percorso maturato nel tempo, poiché ciò che colpisce in «No Such» riguarda soprattutto il grado di assimilazione reciproca raggiunto dai quattro interpreti. Ogni pagina musicale reca la firma di uno dei componenti, eppure l’ascolto restituisce una percezione collettiva estremamente compatta, come se il materiale compositivo venisse continuamente ridiscusso dall’interno tramite microvariazioni ritmiche, slittamenti metrici, aperture improvvisative ed interventi di natura quasi cameristica. La scrittura, infatti, evita l’alternanza scolastica tra tema ed assolo, preferendo organismi mobili nei quali le funzioni mutano costantemente.

«Tyner Blues» di Alberto Amato suggerisce già dal titolo una filiazione che rimanda alla concezione quartale di McCoy Tyner, senza tuttavia indulgere nel citazionismo. Spartà dispone accordi dalla fisionomia aperta, lasciando che il sassofono di Caruso sviluppi linee oblique, percorse da intervalli larghi e da una pronuncia che alterna asciuttezza bop ed escursioni più prossime al linguaggio post-coltraniano. Arrabito, dal canto suo, evita il semplice sostegno metrico e distribuisce accenti laterali che destabilizzano deliberatamente il centro pulsativo. In «We Can’t Always Change Things» emerge con maggiore evidenza una riflessione sulla reiterazione armonica e sulla trasformazione graduale delle cellule melodiche. Caruso sembra lavorare per sottrazione, quasi trattenendo il fraseggio entro una zona di controllata reticenza, mentre il contrabbasso introduce movimenti discendenti che insinuano un senso di instabilità irrisolta. Affiora qui una concezione del tempo musicale più vicina ad alcune esperienze europee contemporanee che alla tradizione afroamericana più ortodossa, con richiami indiretti alla scuola scandinava degli anni Novanta ed alla scrittura rarefatta di Bobo Stenson. «Acant» sviluppa invece un andamento più frastagliato, sostenuto da un impianto ritmico irregolare che Arrabito governa con notevole lucidità dinamica. La batteria non accompagna: dissemina traiettorie, interrompe simmetrie, suggerisce deviazioni improvvise. In questo episodio l’ensemble raggiunge uno dei punti più convincenti dell’intero lavoro, grazie ad una gestione dello spazio acustico estremamente consapevole. I silenzi, lungi dal funzionare come semplici pause, assumono un valore strutturale paragonabile alla sospensione prospettica presente in certa pittura metafisica italiana, laddove il vuoto non impoverisce la scena bensì ne amplifica il potenziale percettivo. «The Sea in the Deep of Your Eyes» di Gaetano Spartà introduce una diversa qualità narrativa. Il pianoforte disegna progressioni armoniche dal profilo impressionistico, sostenute da velature discrete che ampliano la profondità del campo sonoro senza trasformarlo in ambiente ambientale. Talune aperture accordali suscitano alla mente Debussy filtrato dalla lezione di Paul Bley, mentre il soprano di Caruso evita qualsiasi deriva liricheggiante grazie ad un’emissione controllata, talvolta quasi scabra.

Particolarmente significativa risulta «Hoquetus», il cui titolo richiama esplicitamente la tecnica medievale dell’hoquet medievale. Qui il quartetto lavora sulla frammentazione della linea e sulla distribuzione sincopata degli eventi sonori, generando una sorta di polifonia intermittente nella quale ciascuno strumento interviene per sottrazione e rilancio. L’idea compositiva rivela una conoscenza non superficiale delle pratiche contrappuntistiche antiche, rilette però secondo un lessico contemporaneo. «Song of Hope» amplia ulteriormente il respiro del disco grazie ad una costruzione armonica più distesa e ad un fraseggio che evita l’enfasi retorica associata abitualmente al concetto di speranza. Nulla indulge alla celebrazione sentimentale; prevale piuttosto una malinconia vigile, alimentata da continue modulazioni interne e da un controllo dinamico di rara precisione. «Leap in the Dark» concentra invece la propria energia su cellule ritmiche spezzate, quasi a tradurre musicalmente l’idea del salto evocata dal titolo. Arrabito dimostra qui un controllo notevole delle metriche composite, mentre Spartà inserisce interventi sintetici che alterano la percezione dello spazio armonico senza mai saturarlo. La chiusura affidata a «Melancolady» lascia emergere una componente ironica che attraversa sotterraneamente l’intero lavoro. Il titolo, già nella propria deformazione lessicale, allude ad una malinconia mai completamente abbandonata al ripiegamento elegiaco. Caruso modella un fraseggio sinuoso, sostenuto da un pianoforte che preferisce la rarefazione alla pienezza accordale.

«No Such» possiede dunque il merito non comune di sottrarsi alle formule identitarie oggi largamente diffuse nel jazz contemporaneo italiano. Nessun compiacimento filologico, nessuna ostentazione virtuosistica, nessuna volontà di esibire modernità mediante artifici esteriori. Ciò che permane, al termine dell’ascolto, riguarda piuttosto la qualità della relazione instaurata tra i quattro musicisti, la loro capacità di distribuire il materiale sonoro secondo un equilibrio mobile, mai definitivo, nel quale libertà improvvisativa e rigore formale convivono senza attrito apparente. La risata evocata nel titolo, allora, smette di appartenere all’aneddoto iniziale e diviene una vera postura estetica: rifiuto dell’etichetta, piacere dell’ambiguità ed esercizio consapevole dell’ascolto reciproco.

Francesco Cataldo Verrina, Doppiojazz.it

 

No Such è l’album dello Straight Jazz Quartet, pubblicato da AlfaMusic. Il quartetto siciliano è formato da Marco Caruso (sassofoni alto e soprano), Gaetano Spartà (pianoforte e synth), Alberto Amato (contrabbasso) e Marcello Arrabito (batteria). Reduce dalla vittoria del Teano Jazz Contest 2025, il gruppo propone un jazz di forte coesione collettiva, nel quale ogni componente contribuisce con proprie composizioni.
Il nome Straight rimanda evidentemente non al jazz tradizionale, bensì a una concezione musicale saldamente radicata nel linguaggio jazzistico e aperta agli sviluppi del post-Coltrane. Va chiarito anche il significato del titolo: tradotto letteralmente dall’inglese, No Such significa “niente del genere”, ma il gioco di parole nasce dall’espressione dialettale siciliana no sacciu(“non so”), da cui prende spunto anche il titolo del disco. Il riferimento localistico, tuttavia, si esaurisce qui, perché il quartetto propone un jazz di respiro internazionale, collocabile su quella fertile linea di confine fra moderno e contemporaneo.
Entrando nel dettaglio della tracklist, Tyner Blues di Alberto Amato – autore anche dello straniante swing Acant e dell’intermittente Hoquetus – richiama le armonizzazioni di McCoy Tyner, con i suoi celebri accordi per quarte, riproponendone il linguaggio modale in una forma asciutta ed essenziale. Non a caso Amato appartiene alla storica Amato Jazz Dynasty. Oltre a Song of Hope, Marco Caruso firma We Can’t Always Change Things, costruita su un tempo di samba che offre ampio spazio alle improvvisazioni di contrabbasso e pianoforte, dopo l’esposizione del tema affidata al sax soprano.
The Sea in the Deep of Your Eyes e l’ironica Melancolady sono invece composizioni di Gaetano Spartà, il cui pianoforte disegna trame armoniche che delineano con finezza i diversi profili sonori, lasciando emergere anche suggestioni della musica europea del Novecento. Leap in the Dark è infine firmata da Marcello Arrabito che, per la cronaca, ha recentemente pubblicato per AlfaMusic l’album Different Ways. Batterista dalle idee metriche avanzate, Arrabito si conferma al tempo stesso un raffinato costruttore di trame ritmiche, entro le quali le vibrazioni del gruppo trovano piena espressione.

Amedeo Furfaro, a PROPOSITO di JAZZ - Di e con Gerlando Gatto

"no such": il nuovo racconto sonoro dello SJQ

 

L'essenza del jazz contemporaneo firmata Straight Jazz Quartet.

C’è un’energia particolare quando quattro musicisti trovano un’intesa così profonda da parlare una lingua comune senza bisogno di confini troppo marcati. È esattamente quello che succede in "no such", il nuovo lavoro dello Straight Jazz Quartet, in uscita per la storica e prestigiosa etichetta romana AlfaMusic.

In questo disco, il quartetto riesce a bilanciare con estrema naturalezza il rispetto per la tradizione ed una spinta innovativa che guarda al jazz di oggi. Non è solo un insieme di brani, ma un vero racconto sonoro dove l'eleganza melodica incontra una sezione ritmica vibrante e mai scontata.

A dare vita a questo progetto è una formazione di talenti, rappresentanti l'eccellenza della scena jazzistica siciliana, che celebra l’essenza più autentica del jazz: quell’alchimia che trasforma quattro voci distinte in un unico, vibrante organismo sonoro.

Pubblicato da AlfaMusic e distribuito da EGEA Music, "no such" è un album che invita l'ascoltatore a lasciarsi trasportare dall'imprevedibilità dell'improvvisazione, confermando la maturità artistica di un gruppo già premiato in contest di rilievo come il Teano Jazz Festival.

SJQ @ Sonoria Studio

SJQ @ Sonoria Studio

Note di copertina

Note di copertina

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